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di ANDREA AMERIO - martedì, 8 novembre 2016, 18:22
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Rimbaud “il rottame umano”: Pavese, 1932.

In merito a Cesare Pavese (1908-1950) la critica ha sottolineato a più riprese che né Mallarmé né Valéry rientrano fra le sue letture e che dei ‘maledetti’ Verlaine e Rimbaud Pavese frequenta realmente solo il capostipite Baudelaire; Geno Pampaloni arriva a sottolineare in lui un’estetica e una poetica «indifferenti anche alla figura del poeta maudit», cui preferisce l’idea di un poeta “fatale”. Interessante, a parziale distanziamento ulteriore da Rimbaud, ciò che scrive lo stesso Pavese nel 1932 in merito a Melville:

L’importanza attuale di questo scrittore ottocentesco che rinasce solo oggi alla fama, si può condensare tutta in una contrapposizione: noi, figli dell'Ottocento, abbiamo nelle ossa il gusto delle avventure, del primitivo, della vita reale, che seguono e succedono alla cultura e ci liberano dalle complicazioni facendo da cataplasma all’animuccia decadente, malata di civiltà: i nostri eroi si chiamano ancora Rimbaud, Gauguin e Stevenson.
Melville ha vissuto prima le avventure reali, il primitivo, e stato barbaro prima e nel mondo del pensiero e della cultura e entrato in seguito portandovi la sanità e l'equilibrio acquistati nella vita vissuta. Ora, che da qualche tempo noi si provi un gran bisogno di rimbarbarimento e pacifico. Stanno a dimostrarlo il gusto rinnovato dei viaggi e dello sport, il cinema, il jazz, l'interesse per i negri e tutto il resto che e persin banale ricordare e che con una parola sintetica chiamiamo antiletteratura. Ed e senza dubbio molto bello tutto ciò. Ma è il modo che offende. Poiché mi pare che, nel fervore antiletterario, si tenda a un tal primitivismo che è quasi imbecillità. Debolezza, voglio dire: e vile fuggire le complicazioni in un paradiso semplicistico che dopo tutto, come è inteso, non e che uno dei tanti raffinamenti della civiltà. Sbagliavo prima: il nostro eroe non è Rimbaud, o Gauguin, o Stevenson, è il rottame umano. Mentre l’ideale di Melville culmina in Ismaele, un marinaio che può remare coi colleghi illetterati mezza giornata dietro a un capodoglio e che poi si ritira sulla testa d’albero a meditare Platone
.

Eppure anche per Pavese Rimbaud gioca un ruolo interessante, e non solo “come cataplasma all’animuccia decadente”, ma anche a livello di tecnica del verso, incidendo sul carattere prosastico, programmaticamente aperto e sospeso del verso di Lavorare Stanca (1936), che aprì di fatto una nuova stagione poetica in Italia; un libro con la stessa carica di freschezza e novità che potevano essere de Il porto sepolto di vent’anni prima. Infatti, come bene rilevò Costanzo di Girolamo, deve qualcosa anche a Rimbaud il verso lungo di Lavorare Stanca, che ha familiarità con l’alessandrino francese (ovvero doppio esametro con cesura obbligata) e si presterebbe bene a sorreggere per intero la frase, o a restituire una coincidenza tra pausa sintattica e pausa metrico-ritmica; il che accade in gran parte dei parnassiani, ma non nei simbolisti e in Rimbaud che volentieri inserisce una pausa grammaticale o un segno di interpunzione a spezzare il verso.

Ma gli autori nati negli anni dieci devono per così dire smarcarsi dal modello-Rimbaud così presente negli ermetici Fallacara, Onofri, Ungaretti, Cardarelli, Sinisgalli, Quasimodo, Vigolo etc. Analogamente Rimbaud è tecnicamente importante per Tommaso Landolfi (1908-1979), per la sinestesia.

A proposito trova e/o vedi: 

Renato Turci, “Tommaso Landolfi come Randolfi” in «Il lettore di provincia», 108/109 (2000), pp. 93-96.